Mio marito, Julian, mi chiamò di buon mattino dall’aeroporto.
“Sto per imbarcarmi”, disse, con la voce roca per la solita stanchezza del viaggio. “Sarò impegnato, ma ti chiamerò stasera.”
“Stammi bene”, risposi. “Non esagerare.”
Era la stessa routine che seguivamo da quindici anni.
Viaggi. Riunioni. Progetti infiniti.
Mi ero abituata a salutarlo al telefono invece che di persona.
Quella telefonata non mi sembrò diversa.
A metà pomeriggio, ricevetti un messaggio dalla mia amica Clara. Sua figlia era stata ricoverata in ospedale per un’infezione polmonare. I medici dicevano che non era grave, ma che doveva essere tenuta sotto osservazione.
Io e Clara eravamo amiche dai tempi del liceo; un legame che resiste al tempo, alla distanza e ai cambiamenti della vita. Non potevo ignorarla.
Comprai dei fiori e andai in ospedale.
Era una di quelle cliniche private che puzzavano di disinfettante, e regnava un silenzio di tomba.
L’ascensore sembrava insopportabilmente lento.
Ricordo il suono metallico delle porte che si aprivano, il lungo corridoio bianco, quasi vuoto. Tutto sembrava normale.
Finché non ho sentito una voce.
⏬️⏬️ continua nella pagina successiva ⏬️⏬️

